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Il cerchio della vita. Il regista Edgar Reitz ha presentato l'ultima parte della sua trilogia epocale per la famiglia, "Heimat 3", al Festival cinematografico di Venezia, da lungo tempo in partnership con il Gruppo BMW

I regali più belli sono quelli inattesi: incontrare qualcuno inaspettatamente, rompere una barriera che si pensava fosse insormontabile. Il regista Edgar Reitz offre tali regali al suo pubblico e ai suoi principali personaggi proprio all'inizio del suo film "Heimat 3": la storia di un punto di svolta nel tempo

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Alessandro Toffanin
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I regali più belli sono quelli inattesi: incontrare qualcuno inaspettatamente,
rompere una barriera che si pensava fosse insormontabile. Il regista Edgar
Reitz offre tali regali al suo pubblico e ai suoi principali personaggi proprio
all'inizio del suo film "Heimat 3": la storia di un punto di svolta nel tempo.
La coppia, che nel film "La seconda Heimat" era per poco mancata
all'innamoramento, si riunisce nelle prime fasi del film. Non essendosi visti
per diciassette anni, i due musicisti, Hermann e Clarissa, cadono l'uno nelle
braccia dell'altra in un hotel di Berlino durante la notte della caduta del
muro. Una storia che non potrebbe essere più promettente. Forse anche meno
rischiosa. Edgar Reitz fa un passo indietro: "Volevo soltanto raccontare la
storia di un amore dopo il 'lieto fine'. Come adulti, tutti noi sappiamo che è
in quel momento che comincia a diventare interessante".

Nella sua vita e nelle sue opere, Edgar Reitz è qualcuno che ha apparentemente
riconciliato l'irrinconciliabile: partire e restare, dividersi e perseverare.
E' stato il primo a curare le ferite del termine "Heimat" (casa), quella parola
tedesca intraducibile ma caduta in un uso scorretto, ridandole la sua
ambiguità. Nei suoi film, "Heimat" (casa) si riferisce tanto alla strettezza
quanto alla sicurezza, tanto alla malattia quanto alla medicina. Nato nel 1932
in un villaggio dell'Hunsrück, come il suo alter ego Hermann, Edgar Reitz
lasciò la vita di provincia per scoprire il mondo; ed ha finito per girare
film. Nel corso dei decenni, Monaco è diventata la sede della sua creatività.
L'appartamento e gli affari di Reitz erano situati a Schwabing, il quartiere
non lontano dall'università, che rispecchiava il suo stato d'animo nella
"Seconda Heimat". La birreria Schwabing dove ci incontriamo per parlare è quasi
vuota nel caldo pomeriggio di agosto. Seduti nella piazza ombreggiata da
castagni, Edgar Reitz non perde tempo in chiacchiere. Anche parlare con serietà
del suo film fa parte del suo lavoro.

"Heimat 3" è pronto...dopo 246 giorni di riprese in esterni ad Oberwesel,
Francoforte sul Meno, Berlino, Lipsia, Dresda, Amsterdam, Monaco e
nell'Hunsrück (una riserva naturale vicino a Francoforte). Il film dura 680
minuti: 12 ore da dividere in due giorni. La prima visione al Festival
cinematografico di Venezia è alle porte. Fu quello il teatro del suo successo
con "Seconda Heimat" nella Sala Grande del festival del 1992. Soltanto in
Italia, un milione di persone avevano visto il film nelle sale
cinematrografiche. "Aspettano il seguito", ha detto Reitz, sorridendo. Anche un
regista rinomato in tutto il mondo non è immune dalla pressione esercitata
dalle aspettative della gente.

L'amore è un tema costanta nelle opere del 71enne regista, come anche la storia
contemporanea, la famiglia e l'arte. Nella terza parte della sua saga, Edgar
Reitz tesse una ragnatela fitta di tutto ciò di cui la vita è composta: un
fiume di colori, di ombre, di gente e di storie che già nelle prime due parti
avevano portato milioni di spettatori ad essere insaziabili fruitori della sua
arte. Per giorni, quando veniva proiettato nei cinema e prima di essere
trasmesso in televisione, essi venivano totalmente coinvolti nelle storie.
Ognuno poteva vedere qualcosa di se stesso nei personaggi che circondavano il
giovane musicista che aveva lasciato il suo villaggio nell'Hunsrück per
costruire la sua carriera di artista a Monaco. E non è stato diverso nel 1984
con gli abitanti del suo villaggio immaginario di Schabbach in "Heimat", quando
Reitz aveva fatto storia nella televisione.

"Heimat 3" riprende i fili delle parti precedenti; ma il film si regge da solo
senza di esse. La "Storia di un punto di svolta nel tempo", come è
sottotitolato, comincia quando cade il muro nel 1989, ma si sofferma prima
dell'inizio della fine della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), con le sue
scene di folla con automobili Trabant ("Trabis"). Clarissa, il ritrovato amore
della sua vita, inaspettatamente riporta Hermann al luogo dove aveva vissuto da
bambino. "Ritorno alle radici" è come un appello. Hermann non è sicuro dei suoi
motivi. Con il ritorno del suo personaggio principale, Reitz suggerisce forse
una riconciliazione tardiva con le province?

"In verità non c'è più motivo di lasciare il villaggio. La gente che ha vissuto
in una provincia agricola è diventata mobile, si è sparsa in tutto il mondo. Ha
allargato i confini della sua esistenza precedente. Si potrebbe anche dire che
è per questo che si trovano province dappertutto. E, sorprendentemente, lì ci
sono menti brillanti. Oggi la società si compone diversamente".

Una casa rappresenta il punto di incontro di indirizzi molto diversi nella
vita; è il centro dove diverse generazioni e dove l'est e l'ovest si
incontrano. Clarissa ha trovato una casa di muratura e di legno in cattivo
stato sulla riva del Reno, che loro restaurano insieme, facendola diventare il
centro della loro esistenza, che fino ad allora non era certo stata rose e
fiori. A rompere questo idillio, arrivano la malattia, incomprensioni e le
ferite lasciate dalle loro vite egomaniacali, con bambini di precedenti
matrimoni, e così la casa ha poca probabilità di diventare un falso paradiso.
Reitz non è esattamente un sostenitore dei valori della famiglia, per quanto
vengano esaltati dai politici al giorno di oggi. Ma sa dalla sua esperienza
diretta che la famiglia scelta di amici e colleghi, di importanza fondamentale
nel "Secondo Heimat", spesso non è presente quando le cose diventano difficili.
"E' soltanto se puoi considerare il tuo lavoro incorruttibile e puoi restare
fedele a te stesso che i tuoi colleghi ti staranno vicini. Questa fedeltà è
legata al mantenimento dei valori, altrimenti il rapporto finisce il giorno che
il salario non viene più pagato".

La casa "Günderrode", come entrambi la chiamarono, rifacendosi alla romantica
poetessa Caroline von Günderrode, non è stata demolita dopo le riprese del
film. Come piccolo museo, è diventata un'attrazione per "tutti coloro a cui è
piaciuto il film". Reitz ha detto: "la fiction è diventata realtà".

Come la realtà diventa film è qualcosa di cui Reitz ha spesso parlato. "Heimat
3" non è molto lontano da quello che è accaduto veramente. Un regista può
evitare il pericolo di rappresentare semplicemente la storia, disponibile in
tutti gli archivi dei media, soltanto con l'uso della poesia. Anche così, il
linguaggio pittorico di Reitz ha le sue radici nella realtà della quale porta
alla luce le qualità surreali. Il giorno dell'eclisse di sole nell'agosto del
1999, quando la gente a Monaco guardava verso il cielo attraverso le lenti
scure, rappresentava per lui un magnifico panorama cinematrografico e, allo
stesso tempo, uno studio acuto per un film sul buio e sulla luce.

Come nelle prime parti della trilogia, Reitz alterna scene in bianco e nero e a
colori. Il bianco e nero valorizza i lineamenti dei visi della gente. "Rende
più vicina la realtà delle persone". Reitz ha sempre dimostrato una grande
tenerezza nel modo in cui ha presentato i personaggi dei suoi film. "Mi
piacciono i film su persone che posso accogliere nel mio cuore. Non riesco a
fare film che riguardano persone che non mi piacciono". Con Edgar Reitz, la
coerenza di un personaggio arriva perfino al tipo di automobile che questi
guida. Hermann, che è cambiato, lasciando da parte la sua personalità
aggressiva e avanguardista per diventare un direttore d'orchestra ed un
compositore immerso nella tradizione, guida una BMW. Sua figlia Lulu scende
allegramente da una MINI attraverso il tetto aperto. Reitz pretende una
precisione totale nella scelta di arredi scenici che sono appropriati per i
tempi.

Il regista ha incontrato il Gruppo BMW inizialmente nei primi anni Ottanta.
All'epoca, Reitz faceva ricerche per la prima edizione di "Heimat" ed era
interessato ad ottenere una vettura BMW storica. La partnership è
sopravvissuta, superando anche dei momenti burrascosi quando le prospettive per
l'intero progetto "Heimat" erano in forse. Quindi il Gruppo BMW è
particolarmente orgoglioso di questa associazione, che dura ormai da quasi un
quarto di secolo.

Dove sarà "Heimat", se tutti possono trovare voli a bassi prezzi per qualsiasi
destinazione, se i villaggi stanno sparendo e se le città sono piene di gente
proveniente dalle province? "Se il mondo non ha confini e se vi sono tutti i
luoghi che vuoi, 'Heimat' non è più un luogo, ma piuttosto un tempo. Un film è
l'unica forma d'arte che può superare il tempo, una cosa che cerca sempre di
sfuggirci. Nei film non si può fermare il tempo, ma si può parlarne. Un film
può essere "Heimat".

Note biografiche su Edgar Reitz
Edgar Reitz, nato nel 1932 nell'Hunsrück, è fin dagli anni Sessanta uno dei più
importanti registi cinematografici tedeschi e vincitore di diversi premi. Il
regista è stato riconosciuto in tutto il mondo per la serie di film per la TV
del 1984 intitolata "Heimat, eine deutsche Chronik". Reitz raccontava storie
delle vite della gente in un villaggio, coprendo uno spazio di tempo di 60
anni, creando così un nuovo genere di rappresentazione storica. "Die Zweite
Heimat - Chronik einer Jugend", del 1992, portava avanti la storia di "Heimat"
e raccontava delle proteste studentesche del 1968. "Heimat 3 - Chronik einer
Zeitenwende" sarà presentato al Festival cinematografico di Venezia del 2004.
Mette in risalto i modi diversi con i quali le persone reagiscono agli
avvenimenti storici mentre cade il muro di Berlino. Thomas Brussig, un autore
di best-seller cresciuto nell'ex-DDR, è stato co-sceneggiatore. Edgar Reitz
vive a Monaco ed insegna alla Scuola statale per il design e la direzione di
scena.

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